Discorso dell’on. Franca Eckert Coen
Roma, Breccia di Porta Pia, 20 settembre 2004

La data del 20 settembre del 1870 può essere vista da due diverse angolature.

La prima è quella della storia nazionale italiana: conquistare Roma significava conquistare l’unica possibile capitale di una neonata nazione fino a pochi anni prima lacerata dalle divisioni.

Questo concetto della centralità di Roma nel grande disegno dell’unificazione nazionale emerge con forza dalle parole pronunciate nel corso di un dibattito parlamentare del 1861 in cui venne riferito: «Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio. Di una città, cioè, destinata a essere la capitale di un grande Stato».

Spicca qui con chiarezza l’idea di una Roma con una vocazione sovranazionale, una Roma non racchiusa «in memorie esclusivamente municipali» ma che poteva invece rappresentare simbolicamente e politicamente le realtà di tutti gli altri Stati della penisola: una città che proprio in virtù di essere stata capitale di un impero e, in seguito, capitale universale del Cristianesimo aveva tutte le carte in regola per proclamarsi super partes e, come tale, per essere additata a centro ideale della nuova nazione.

Già molti anni prima Mazzini l’aveva indicata come luogo di elezione per la costruzione di una nuova Italia, un’Italia repubblicana: dopo la Roma dei Cesari e quella dei papi, la terza Roma di Mazzini sarebbe dovuta essere quella del popolo inteso come parte attiva nell’affermazione dei principî di libertà di coscienza e di pensiero, oltre che ovviamente di libertà politica. Roma designata quindi - ma fuori da Roma - come unica possibile capitale di una Italia finalmente unita.

La seconda angolatura da cui guardare a questo 20 settembre è però anche quella della città stessa, della Roma dei romani, che assistono alla fine del potere temporale del papa, alla fine di una teocrazia che, per secoli, seppur con momenti altalenanti di apertura a istanze moderatamente laiche, aveva pervasivamente condizionato nel bene e nel male le coscienze, i comportamenti, le abitudini, dei suoi sudditi.

Ma non era la prima volta che si verificava una frattura di tale intensità: non mi sembra fuor di luogo ricordare oggi quella breve ma fondamentale esperienza della Repubblica Romana giacobina del 1798-99, troppo spesso dimenticata dai più, quando invece si trattò davvero del primo esperimento di governo laico nella città che per il mondo intero era la Città Santa per antonomasia.

In quella occasione molti romani ebbero per la prima volta accesso alle cariche politiche da cui erano stati sempre esclusi, molti altri si videro riconosciuti diritti fondamentali di libertà e di uguaglianza di cui erano stati fino ad allora privi, come nel ben noto caso degli ebrei.

Ed esattamente 51 anni dopo, il 9 febbraio del 1849, si ripeteva un secondo, seppur brevissimo esperimento di governo laico nella città del papa: la seconda Repubblica Romana.

Per due volte quindi i romani laici avevano conosciuto una diretta partecipazione alla vita politica della loro città: una partecipazione che a partire dal 20 settembre 1870 sarebbe divenuta permanente e definitiva. Nessuno mise in discussione l’autorità spirituale del papa: fu detto in occasione del dibattito parlamentare del 1861 citato precedentemente: «Noi riteniamo che l’indipendenza del pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la separazione dei due poteri, mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa».

Se questo della politicizzazione di ampie porzioni della popolazione romana è uno degli aspetti più macroscopici dell’unificazione di Roma all’Italia, ve n’è un altro di straordinaria importanza: il passaggio dallo status di capitale della cristianità a Capitale di uno Stato moderno, liberale, significò il riconoscimento dello stesso trattamento giuridico a confessioni religiose diverse. Significò l’introduzione del matrimonio civile, l’unico riconosciuto dallo Stato, significò la nascita delle prime scuole laiche con insegnanti laici. Questo fa capire perché la “Consulta delle Religioni” e la “Consulta per la Libertà di Pensiero e la Laicità delle Istituzioni della città di Roma” abbiano voluto ricordare insieme questa data.

Ricordare il 20 settembre 1870, come recita la proposta di legge per il ripristino della festa nazionale per l’anniversario della presa di Porta Pia, abolita dal fascismo in ossequio e come corollario dei patti lateranesi del 1929, «significa riaffermare la laicità dello Stato che, in quanto tale, deve essere di tutti e riaffermare che la libertà religiosa è prima di tutto un diritto individuale che la costituzione garantisce a ogni persona di qualsiasi credo».




 
 


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