28 febbraio 2006
Partecipazione alla trasmissione «Piazza del Popolo»

Il 28 febbraio 2006, dalle 11 alle 12:30, il circolo UAAR di Roma ha partecipato alla trasmissione Piazza del Popolo in onda in diretta su Tele Roma Uno.

Tema della puntata, La questione del crocifisso dopo la sentenza del Consiglio di Stato; ospiti in sala Maura Cossutta (PdRC), Francesco Paoletti (UAAR), Lia Di Renzo (Dirigente scolastica), Marco Marsilio (AN) e, in collegamento, Padre Gaetano (missionario).

La trasmissione è stata di fatto condotta dall’UAAR con estrema diplomazia e moderazione: Paoletti ha iniziato presentando l’associazione e sottolineando che in un Paese veramente laico forse non sarebbe stata necessaria l’UAAR.

Il dibattito è stato comunque molto pacato, al punto che a un certo momento lo stesso esponente di AN ci ha stranamente dato ragione sul fatto che la sentenza del Consiglio di Stato era semplicemente «campata in aria».
Dopo aver evidenziato che (contrariamente a quanto lui sosteneva) il crocifisso in più casi è stato imposto (non ultimo l’exploit del suo collega di partito, il ministro Matteoli, che lo ha imposto in tutti i locali del Ministero dell’Ambiente) e che nel suo partito Gianfranco Fini è stato di fatto isolato quando ha sostenuto posizioni in favore della laicità dello Stato, è stato sottolineato che era vero quanto Marsilio affermava circa il fatto che qualsiasi corrente di pensiero può sfociare nell’estremismo, e da lì è stato ripreso il discorso sulla laicità che era già stato esposto in apertura (sottolineando che non esiste lo scontro tra laici e cattolici ma quello tra laici e confessionalisti).

Si è poi proseguito sottolineando quanto sia grave il fatto che la scuola enfatizzi l’ora di religione e trascuri l’insegnamento dell’educazione civica e dei diritti umani, che sarebbero le uniche materie che veramente aiuterebbero a formare dei buoni cittadini e che la nostra associazione sostiene anche che al posto del crocifisso dovrebbe essere esposta la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (che è l’unico simbolo che tutela credenti e non): anche su questo punto il consenso è stato generale.

Quando poi sono arrivate le telefonate degli ascoltatori sono state date numerose risposte in diretta; due, in particolare, i miti catto-confessionalisti sfatati:

  1. «Il crocifisso come simbolo della cultura italiana».
    Risposta: la cultura non è un’etichetta omologante vincolata a dogmi religiosi (è libera e si evolve con la società); ciascuno è libero di portarsi addosso i simboli culturali in cui si riconosce, ma non esistono leggi che impongono di esporre simboli culturali (anche se di maggioranza) nei luoghi pubblici: se questo fosse vero il primo simbolo che dovremo esporre nei luoghi pubblici è il pallone da calcio (questo paragone è piaciuto molto alla conduttrice della trasmissione, ma non al nostro vice coordinatore Sergio, noto appassionato di rugby).
  2. «Nei Paesi islamici non permettono di praticare altre religioni e di esporre simboli religiosi diversi da quelli musulmani (quindi anche noi dobbiamo adottare lo stesso atteggiamento nei confronti degli stranieri che vengono in Italia)».
    Risposta: non esiste principio di reciprocità sulla libertà religiosa (anche perchè le religioni non coincidono con gli Stati): se in un Paese esiste una teocrazia, l’Italia dovrebbe tornare a essere una teocrazia per pura ripicca?
    Se questo strano principio “occhio per occhio” fosse legittimo, allora ogni qual volta un indigeno delle popolazioni antropofaghe mette piede in Italia ce lo dovremmo mangiare, dato che nel loro Paese avevano questa usanza nei confronti degli stranieri (anche questo paragone è piaciuto molto alla conduttrice).

La sensazione generale è comunque quella già confermata in diverse altre occasioni, ossia che a Roma ci stiano dando sempre più spazio.

 
 


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