9 febbraio 2008:
«Quel muro di bandiere giallo e nero»

Non era la prima volta che scendevamo in piazza.
Ma è stata la prima volta che abbiamo voluto farlo in un altro modo.
Nulla avevamo da invidiare a molte altre associazioni, ed era venuto il momento di dimostrarlo.

Quel 9 febbraio del 2008 per la prima volta abbiamo imparato a fare ciò che (con l’eccezione del Pride 2007) avevamo sempre visto fare agli altri.
Fin dalle prime ore del pomeriggio i nostri si sono dati appuntamento davanti a porta san Paolo.
Molte sono le nuove leve: c’è chi è alla prima esperienza di corteo e chi invece è alla prima esperienza di militanza nell’UAAR.
Ma ci sono anche i veterani: gli stessi che dal 2001 al 2003 avevano visto deluse le loro aspettative da manifestazioni sbagliate o mal riuscite.
Ma non sono tutti lì: c’è chi sta già preparando lo stand a Campo de Fiori per accoglierci al nostro arrivo.

Il gruppo dopo un po’ diventa molto grande. Alle 15 finiscono i preparativi e mentre arrivano gli ultimi ritardatari inizia la disposizione nel corteo.
Poco dopo si parte al suono della nostra cornamusa: ormai dal No-Vat 2007 è diventata una consuetudine di cui non possiamo più fare a meno.

Ci incamminiamo per viale Aventino: il corteo si muove.
In un mondo che non c’è nessuno di noi sarebbe dovuto essere lì sabato 9 febbraio, se eravamo lì (ed eravamo tanti) era solo per difendere i nostri diritti (come tutti gli amici di Facciamo Breccia).
Partono gli slogan mentre Mario con la sua cornamusa scozzese tira fuori il meglio del suo repertorio.
Tutti guardano in avanti: nessuno si è ancora voltato a guardare il nostro muro di bandiere giallo e nero (molti non si sono neanche resi conto di averlo costituito).
I pochi che si girano indietro vedono uno spettacolo che nella storia dei cortei UAAR non ha mai avuto eguali.
Alcuni se ne accorgeranno solo dopo aver visto le immagini video 24 ore dopo.

Continuano gli slogan mentre dopo quasi un’ora giriamo intorno al Circo Massimo.
Arriviamo fino all’anagrafe dove Mario con la sua cornamusa scozzese ci saluta (sentiremo la sua mancanza).
Continuiamo fino a piazza Venezia e poi dritti verso largo Argentina.

Nell’ultimo tratto di corso Vittorio si procede lentamente; noi entriamo in piazza tra gli ultimi.
I ragazzi allo stand hanno dato il loro meglio.
Presto iniziano gli interventi: tutti gli esponenti di Facciamo Breccia parlano per primi, è poi la volta di un grande Piero Bernocchi e poi interviene il Circolo UAAR di Roma.

La serata si conclude verso le 20 quando la piazza si sta svuotando e, dopo qualche intervista, pochi amici si ritrovano di fronte a una birra.
Il giorno seguente ci aspetta una nuova marcia forzata al Carnevalone Liberato di Poggio Mirteto.
Tra il Pride 2007 e NO VAT 2008 molte cose sono cambiate. Anche se, come suo solito, la stampa non ha dato un grande rilievo a No-Vat 2008 (qualche giornale per minimizzare l’evento ha parlato di poche migliaia di persone, ma in realtà eravamo più di diecimila), la sera del 9 febbraio tutti hanno sentito che c’è qualcosa di nuovo… e che l’UAAR ha imparato definitivamente a non avere più paura dei cortei.


Foto dal blog Nero Assenso

«Pochi ma buoni»

Poche migliaia di persone all’appuntamento di Piazzale Ostiense a Roma, per l’ormai tradizionale manifestazione "No Vat", ogni anno a ridosso di quell’undici febbraio che nel 1929, con i patti Lateranensi, sancì le prime concessioni da parte dello Stato laico e liberale italiano a vantaggio dello Stato Vaticano. Un accordo nuovamente confermato nel 1984 dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, e che alla fine della seconda guerra mondiale aveva trovato supporto nell’articolo 7 della Costituzione, con il placet del "Migliore", Palmiro Togliatti.

Si potrebbe dire tutti politicamente colpevoli, dunque; nessuno escluso tra fascisti e comunisti di primo pelo, con la ciliegina sulla torta posta dal socialismo italiano moderno di timbro craxiano.
E anche ora i manifestanti che attraversano il centro della capitale per arrivare a Campo de’ Fiori, dove simbolicamente li attende la statua di Giordano Bruno, nei loro slogan ne hanno per tutti, o almeno per tutti coloro che hanno fatto parte dell’ultimo governo di centrosinistra, da Mastella a Bertinotti. Rei, ai loro occhi, di essersi prostrati di fronte l’avanzare del potere clericale, progressivamente in aumento dal momento dell’ascesa al soglio pontificio di Benedetto XVI, senza minimamente far riferimento e far valere i diritti di uno Stato laico e liberale, quale sulla carta (costituzionale) dovrebbe essere quello italiano.

«Facciamo breccia», recita lo striscione che apre il corteo, riconducendosi chiaramente a quel 20 settembre del 1870, quando dopo tre giorni di inutile attesa durante i quali si aspettò la dichiarazione di resa da parte dello Stato pontificio, l’artiglieria dell’esercito italiano guidata dal generale Cadorna aprì una breccia di circa trenta metri nelle mura della città, proprio accanto a Porta Pia, che consentì a due battaglioni, uno di fanteria, l’altro di bersaglieri, di occupare la città. Il Papa Pio IX condannò duramente l’azione militare, attraverso la quale la Curia Romana si vedeva sottrarre il suo secolare dominio su Roma, e ammonì tutti i cattolici, con il celebre decreto Non expedit, a non partecipare alla vita politica italiana; ritiratosi in San Giovanni in Laterano, si dichiarò «prigioniero» fino alla morte. Altri tempi.

Oggi invece viviamo i giorni della messa in discussione della legge sull’aborto, della battaglia sul progresso della ricerca scientifica attraverso l’utilizzo delle cellule staminali, della negazione di una cerimonia funebre cattolica a Piergiorgio Welby, dell’esibizione del cilicio come testimonianza di fede, dei tentativi di entrare nelle aule universitarie per riferire il proprio dogma, senza possibilità di contraddittorio. Ecco perché l’U.A.A.R., che sta per Unione Agnostici Atei Razionalisti (sic), si presenta in piazza con le proprie bandiere quale unica forza realmente organizzata, chiamando i cittadini italiani a raccolta per continuare a pretendere una libera Chiesa in un libero Stato, come bene o male avviene nella stragrande maggioranza degli altri paesi di orientamento religioso prevalentemente cattolico.

Ma evidentemente, vista la scarsa partecipazione alla manifestazione di Roma, ad avere la meglio sono i proclami e le strategie targate CEI. Speriamo non sia una condizione eterna come il paradiso. O l’inferno.

Woland. «Pochi ma buoni», Aprileonline, 9 febbraio 2008.

 
 


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