Settimana Anticoncordataria 2004

La SAC della rinascita

La SAC del 2004 ha rappresentato per il Circolo di Roma la definitiva via d’uscita dalla crisi del 2003.
Preparata fin nei minimi dettagli, nulla è stato lasciato al caso: ai volontari al banchetto viene detto di non considerarsi dispensati dall’impegno che hanno sottoscritto, neanche in caso di pioggia.

La paura di nuovi fallimenti è ancora viva e quindi si punta solo su iniziative che non espongano l’associazione a rischi di immagine: nessun corteo e nessuna manifestazione di piazza se non l’adesione a quelle promosse dalle altre associazioni.

In ogni caso qualcosa cambia dai giorni di anteprima, quando il 9 febbraio Giorgio Villella, Vera Pegna e Francesco Paoletti sono ospiti su Rai Uno alla trasmissione 10 minuti di… per presentare sia l’associazione che l’iniziativa della SAC.
Inoltre grazie all’intercessione dell’Ufficio per le politiche alla multietnicità la cerimonia d’apertura sarà tenuta nella Sala del Carroccio del Comune di Roma.

Rispetto all’anno passato la giornata inaugurale non registra enormi aumenti di presenze (tenendo conto del fatto che si trattava di un mercoledì di pioggia con targhe alterne); diverse persone hanno telefonato per darci la loro partecipazione pur non potendo essere fisicamente presenti.
Al momento di massima affluenza siamo stati 35 presenti; ma a Roma siamo abituati a queste scarse affluenze (la presentazione del libro di Augias, che avveniva contemporanemente e alla quale abbiamo partecipato subito dopo le 19, ha visto una punta massima di 55-60 persone, molte delle quali erano lì perché gironzolavano per la libreria Feltrinelli alla galleria Colonna).

Per la prima volta eravamo in una sala del Comune di Roma, era presente la stampa, era presente il presidente Mannino, non eravamo più i quattro gatti in mezzo alla strada a fare gli emarginati, ma eravamo a contatto con le istituzioni.
Come ha giustamente osservato Antonio Trinchieri (anche lui arrivato un po’ più tardi): «Il solo fatto di essere entrati nelle istituzioni è stato un grande salto di qualità!».

Il discorso del vice coordinatore del circolo di Roma alla Sala del Carroccio

La nostra associazione desidera dare il benvenuto a tutti i presenti e a tutti quelli che hanno inviato la loro partecipazione pur non potendo intervenire.
È nostro dovere prima di tutto sottolineare che quella che viene aperta oggi non è una manifestazione contro le religioni, ma è una manifestazione finalizzata a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della laicità dello Stato e delle sue istituzioni.
Tra le tante trasformazioni che la società europea (e non solo) ha visto nell’età contemporanea, ce n’è una che in questo periodo della storia sta facendo sentire i suoi effetti in misura sempre più consistente invertendo l’ordine di ruolo che per secoli gli Stati e le religioni hanno ricoperto.
In passato abbiamo visto molti Stati, anche nemici tra loro, tutti sotto uno stesso simbolo religioso, tanto che si parlava di religioni di Stato.
In diverse parti del mondo addirittura in alcune occasioni una stessa religione è stata il polo culturale aggregante e ha permesso la convivenza tra Stati diversi o tra comunità diverse in uno stesso Stato.
Ora tutto questo si sta invertendo: le comunicazioni tra i vari Paesi sono aumentate al punto da portare gente di cultura e religione diversa a vivere insieme nello stesso Stato.
Il problema della convivenza dovrà essere garantito dallo Stato: lo Stato dovrà essere il riferimento nonché il polo aggregante delle diverse religioni che in esso convivono.

Affinché ciò avvenga, lo Stato democratico dovrà assumersi il compito di garantire la laicità delle sue istituzioni, nonché pari trattamento e stessi diritti sia ai cittadini aderenti a qualsiasi religione, sia ai cittadini che hanno scelto di non averne alcuna.
La società italiana manifesta ancora difficoltà a recepire tutto questo: nel nostro Paese è infatti assai diffusa un’errata interpretazione di quello che dovrebbe essere il rapporto tra coscienza civile e valori spirituali, che porta a confondere i simboli religiosi con l’identità nazionale.
Inoltre il nostro Paese è ancora vincolato a un concordato tra Stato e Chiesa cattolica.
Questo concordato, stipulato dal fascismo nel 1929, inserito nella nostra Costituzione nel 1948 e modificato nel 1984 dal governo Craxi, è un vero e proprio trattato internazionale tra due poteri conviventi sullo stesso territorio, che però non garantisce alcuna reciprocità, in quanto lo Stato (se laico e democratico) non ha nulla da rivendicare all’interno della Chiesa.
Questo concordato garantisce a una sola religione una serie di privilegi e di immunità concepibili solo in un regime teocratico.
La laicità dello Stato è seriamente compromessa e non basta certo la firma di intese minori con altre religioni a restaurarla, dato che quelle stesse religioni non godrebbero comunque di pari trattamento.
Questo stato di cose è ulteriormente complicato da un altro fenomeno tipico della nostra epoca che non dev’essere sottovalutato: un fenomeno di portata internazionale che Paolo Rumiz, nel suo libro Maschere per un massacro, ha definito «disinformazione prebellica», ossia quella disinformazione creata appositamente per costruire il conflitto nella mente delle persone, e per gonfiare un antagonismo che non c’è o è solo latente, per attirare intere collettività nella trappola dello scontro (che poi viene definito ad arte scontro di civiltà).
Purtroppo il conflitto e lo scontro sono sempre funzionali a chi ha interesse a preservare i propri privilegi.

Un tipico esempio dell’applicazione di questa disinformazione è costituito dall’enfasi che i media hanno dato al ricorso da parte di un cittadino italiano di religione islamica circa l’esposizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici, ignorando volontariamente tutte le precedenti azioni legali di altri cittadini italiani (non aderenti ad alcuna confessione) in merito allo stesso problema.
Questa smisurata campagna mediatica, riesumando un antagonismo religioso sepolto nel medio evo e facendo leva su errate interpretazioni del concetto di volontà della maggioranza, ha generato un’ondata emotiva popolare (e ancor più grave, di una buona parte della classe politica) il cui fine avrebbe voluto essere quello di delegittimare le sentenze della giurisprudenza e confermare all’atto pratico quella cattolica come religione di Stato (ruolo a cui la stessa Chiesa ha rinunciato con il concordato del 1984).
Anche da simili episodi si evince la necessità di rendere l’opinione pubblica cosciente di cosa sia la laicità delle istituzioni e delle difficoltà che si possono incontrare nel tentativo di proporla come base fondamentale di uno Stato democratico, perché nel tentativo di affermarla non si scada in eccessi che finirebbero per limitare la libertà individuale violando così quegli stessi diritti che con la laicità si vorrebbero difendere.
La laicità non vuole lo scontro, ma il confronto, perché la laicità è garanzia di pace: dove esiste la laicità non è concepibile la guerra di religione.
Non si vuole con questo rimuovere la memoria del nostro passato o della nostra cultura (come qualcuno sostiene).
In primo luogo perché della cultura di ciascuna comunità fanno parte anche molte sue errate interpretazioni che hanno portato poi a errori e orrori ben noti; quegli errori appartengono al passato, ma nessuno dovrebbe dimenticarli per evitare che accadano ancora, perché nella nostra società moderna (infinitamente più evoluta, complessa e quindi più vulnerabile rispetto alle società antiche o medievali) rischierebbero di essere fatali (George Santayana scriveva che «coloro che non ricordano il passato sono condannati a riviverlo»).
In secondo luogo perché quel passato non appartiene interamente a una determinata religione. Quello che auspichiamo è che la cultura rappresentativa di ciascuna comunità in un ben determinato periodo storico possa essere inserita insieme a tutte le altre in un contesto più ampio dove nessuno rivendichi diritti di primogenitura o di monopolio.
Per questa ragione, quando si è trattato di individuare un’alternativa all’esposizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, la nostra associazione ha proposto come unico simbolo la Carta Universale dei Diritti dell’Uomo.

Tale documento è stato recepito dal nostro Paese e quindi è già presente nella nostra bandiera nazionale a tutela dei diritti di tutti (credenti e non credenti), e in esso quindi tutte le culture del pianeta saprebbero riconoscersi, lasciando a ognuno la libertà di esporre nel proprio privato o sulla propria persona il simbolo che preferisce.

Prima di lasciare la parola al presidente Giuseppe Mannino, non vedo modo migliore di chiudere questa introduzione se non con una citazione dal Manifesto per un impegno cosmopolita che vorremmo dedicare a tutti.

«Ciascuno di noi dovrebbe essere incoraggiato ad assumere la propria identità come somma delle sue diverse appartenze anziché confonderla con una sola, eletta ad appartenenza suprema, a strumento di esclusione e, talvolta, a strumento di guerra».


Se solo dovessimo fare un paragone tra lo svolgimento della SAC 2003 e della SAC 2004, non sarebbe esagerato paragonarle rispettivamente a Canne e Zama.
La presenza al banchetto e le vendite sono andate così bene che ci siamo potuti permettere di non montare il banchetto durante la mattina delle ultime due giornate.
Tutte le nostre manifestazioni hanno registrato una partecipazione di gran lunga superiore a quella dell’anno passato (anche se per l’anno prossimo miriamo a incrementarla ancora di più).
Per ben due volte rapresentanti del nostro Circolo sono entrati nella cronacadelle televisioni locali.
Ben tre giornali (tra cui il Corriere della Sera e L’Unità) hanno illustrato le nostre iniziative e i nostri interventi.
Problemi non ne sono mancati, però l’organizzazione (e anche qualche piccolo atto di eroismo da parte del Segretario che è riuscito a tenere la platea alla libreria Feltrinelli) hanno permesso di far fronte a ogni imprevisto.
Siamo riusciti a tenere il banchetto anche durante le mattine.
Siamo riusciti ad assicurare tutti i giorni la presenza costante di due persone ai banchetti con risultati eccezionali: 10 nuovi iscritti (8 di Roma e 2 di fuori) e un incasso che ci ha permesso di coprire tutto l’acquisto dei libri e di coprire parte delle spese sostenute da Milano.
E il tempo… è stato clemente!

La SAC 2004 non solo ha permesso di recuperare il morale del circolo, ma ha anche permesso di gettare le basi di quella futura organizzazione logistica dell’associazione che sarà costruita nello spazio dei due anni successivi e che sarebbe stata motivo di orgoglio per tutta l’UAAR.


L’unione degli atei e degli agnostici lancia, nell’anniversario della nascita dello scienziato, la settimana di contestazione ai Patti Lateranensi

Si festeggia oggi il Darwin-day, una sorta di «Natale» dei laici che ricorda la nascita, avvenuta il 12 febbraio del 1809, di Charles Darwin, padre dell’Evoluzionismo, la teoria secondo la quale il mondo si è sviluppato a partire da organismi semplici divenuti via via più complessi per selezione.
Questa stessa data è stata scelta dall’«Unione degli atei e degli agnostici razionalisti» (Uaar) per lanciare la sua «Settimana anticoncordataria», ovvero sette giorni di iniziative dedicate alla critica dei Patti lateranensi, stipulati tra Mussolini e la Chiesa l’11 febbraio del 1929.
Da sempre, la teoria evoluzionistica è una «Bibbia determinista e materialista» che viene sventolata in opposizione al Creazionismo delle religioni.
Ma è ancora attuale usare Darwin come «simbolo» anticlericale e anticoncordatario? Darwin come vero padre dell’ateismo?
Si potrebbe infatti obiettare che, se l’uomo deriva dalla scimmia o dalla materia, «qualcuno» ha pur creato la prima scimmia o la materia originaria.
«Si sceglie Darwin come simbolo della settimana anticoncordataria perché a lui si deve la concezione secondo la quale la vita si è originata a partire da forme semplici verso quelle più complesse senza ricorrere a Dio per alcuna spiegazione», afferma l’astrofisica Margherita Hack, che è anche presidente onorario dell’Uaar. «Ciò non esclude, tuttavia, che un credente possa sostenere che Dio, essendo onnipotente, abbia inventato anche l’evoluzione! Qualsiasi teoria scientifica, per un credente, è compatibile con la religione se si pensa che Dio sia onnipotente! Dio, per un credente, può aver dato luogo alla materia che poi ha generato molecole via via più complesse sino ai batteri. Ma siccome l’antitesi è tra evoluzionisti e creazionisti, specie negli Stati Uniti dove, a volte nelle scuole si rifiuta di insegnare l’Evoluzionismo, Darwin è un corretto simbolo antiteista».

Ce ne sarebbero altri? «Giordano Bruno, del quale il 17 febbraio si ricorda la morte. E Galileo? Bruno è morto per le proprie idee, Galileo è stato costretto ad abiurare», conclude la Hack.

«Di tutte le teorie immaginabili, quella evoluzionistica è quella che cozza di più contro le posizioni religiose; e dunque è giusto fare di Darwin un simbolo di questa posizione - afferma il professor Edoardo Boncinelli - «Non c’è nulla di più contrastante con tutte le confessioni, anche quelle che si definiscono laiche, di Darwin! Anche se lui era molto religioso, ha trovato una posizione scientifica che pone il modo di vedere le cose in una posizione estremamente laica, più che atea, cioè lontana da tutte le confessioni. Il primo organismo si è sviluppato tre miliardi e 600 milioni di anni fa. La materia poi, per una serie di eventi unici, si è organizzata sino a noi. Questa è stata la scintilla della vita». E tutto ciò è incompatibile con la fede? «Kant ha dimostrato che non ci si può dire o meno atei; ma la posizione laica è quella che privilegio: tutti gli scienziati devono essere laici e Darwin mi sembra sia il simbolo più laico».

Più perplesso sulla validità di questa equazione è il filosofo Emanuele Severino. «Direi che non è esatto fare di Darwin il simbolo dell’ateismo. Darwin era convinto che la teoria, poi chiamata dell’evoluzione, implicasse la negazione della prospettiva teologica; ma dal punto di vista teologico si è dimostrato che il Creazionismo non è incompatibile con l’Evoluzionismo. Se dovessimo individuare dove c’è stata la negazione più radicale di Dio è in Leopardi, Nietzsche e Giovanni Gentile, non certo in una posizione scientifica che, in quanto ipotetica, è falsificabile! Questa falsificabilità, invece, è assente nella filosofia contemporanea, adeguatamente intesa. Ho sempre sostenuto - conclude Severino - che le posizioni atee e teistiche sono due aspetti della stessa anima: la contrapposizione è di superficie rispetto al comune modo di intendere il divenire delle cose, che identifica le cose al nulla da cui provengono e al nulla in cui vanno. Muovono dallo stesso fondamento».

Pierluigi Panza. «L’ultima evoluzione di Darwin: testimonial anti Concordato». Corriere della Sera, 12 febbraio 2004

 
 


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