Il Vescovo Milingo
(e non solo)

Gli uomini sbagliano e si possono perdonare. E le donne?

Tamara Di Davide, Genzano (ROMA)

Caro Direttore,
È una storia vecchia che anche gli ecclesiastici sono fatti di carne e che lo facciano, ma lo facciano di nascosto (sposarsi è un’altra cosa, è alla luce del sole).
Ma questa “comprensione”, è quasi esclusivamente degli uomini, è “solidarietà maschile”.
Per le donne è diverso, loro hanno una venerazione per questa castità vera o presunta, ma ufficialmente vera.
Ed è una vecchia storia quella della “natura”, per giustificare la sessualità, ma solo quella del maschio; quella femminile è finalizzata alla riproduzione — a meno che non sia una prostituta, ma questa non è sessualità — e in nessun caso può distoglierla dalle cure parentali, e dalla fedeltà al proprio marito.

Che siano le donne ad appellarsi alla “natura” quando si parla di un uomo mi conferma ciò che già pensavo: il movimento femminile degli ultimi trent’anni non è stato un movimento di donne, ma il riflesso del movimento degli uomini ghibellini; alle donne è sfuggita, e sfugge ancora, la radice dell’oppressione del proprio genere, e vedono tendenzialmente le cose come le vedono la corrente d’appartenenza dei loro uomini.

Siamo tuttora nel vortice di ciò che piace a lui, a loro. Un vortice che ingloba le nostre menti e i nostri pensieri, non ci fa mettere a fuoco la matrice della violenza che la donna subisce dall’uomo, la madre di tutte le violenze: quella sessuale.

Ben più lungimiranti sono stati — e sono — i padri della Chiesa, che è sostenuta da donne anche se non ci sono ai suoi vertici. Le donne che quotidianamente subiscono violenza sessuale (nella quasi totalità dei casi fra le pareti domestiche) subiscono il fascino dell’uomo, che ha scelto la castità come regola di vita. Questo il vertice della Chiesa lo sa benissimo, e sacrificano una donna — la moglie del vescovo che si fa vedere in lacrime — per incamerare tutte, o quasi, le altre donne.
Loro sì sono potenti e padroni del mondo anziché noi, che tolleriamo la sistemazione economica facoltosa di donne tipo Sabrina Ferilli, e ne paghiamo tutte noi il prezzo altissimo in termini di immagine.
D’altronde anche questa è una vecchia, sporca storia: la facoltosa sistemazione economica di alcune — pochissime, che si vendono più o meno inconsapevolmente — donne, a scapito di tutte. È il sintomo della divisione, della debolezza fra donne, e della loro inconsapevolezza.

Vorrei, inoltre, spendere qualche altra parola sulla “natura”, su ciò che essa — ma essa non è consapevole del suo operato, essa è solo “caso e necessità” — riserva al genere femminile; se c’è un’interazione fra natura e cultura e se c’è qual è.
Io vivo in campagna, ho quattro gatti che sono in libertà, stanno lì, se vogliono se ne vanno o restano. Da mangiare si dà, ma non regolarmente, possono sempre andarselo a cercare magari aguzzando un po’ l’ingegno, ma è più comodo stare ad aspettare sulla soglia di casa.
Interessante è la genealogia di questi gatti. Il capostipite, tuttora vivo e vegeto, alcuni anni fa aveva una compagna che è morta un po’ di tempo dopo aver dato alla luce quattro piccoli, dei quali soltanto uno è sopravvissuto/a: era una femmina, anch’essa ancora in vita. La piccola rimane incinta, presumibilmente dal padre, perché altri gatti in giro non ne ho visti ed essa non si allontana da casa (il maschio invece si, se ne va in giro, alcune volte per giorni, e poi ritorna) dà alla luce tre piccoli, che muoiono tutti e tre; rimane incinta di nuovo, e dà alla luce quattro piccoli; di questi quattro due sono morti e due vivono; di nuovo incinta, tre piccoli, tutti e tre morti. Ora è incinta di nuovo, e la storia continua.
Della gatta fa tenerezza il palese rapporto affettivo con i figli sopravvissuti, anche se grandicelli; la cura con cui nasconde quelli piccoli, la ricerca di un posto sicuro e protetto dove poter partorire. Per il maschio i figli non esistono, non solo: quando si dà loro da mangiare, bisogna separarlo — in un locale chiuso — dalla “moglie”/figlia e dai figli, altrimenti, essendo più grosso, scaccia gli altri e mangia tutto lui.

Non ho avuto modo né voglia di violare la loro intimità per sapere come avvengono i loro accoppiamenti, solo una volta ho visto che la gatta fuggiva mentre il gattone la inseguiva, quando stava per raggiungerla essa si rigira e cerca di azzuffarsi con lui, ma ci rinuncia, è più grosso, riprende a fuggire, ma fino a quando?

In altri animali meno evoluti forse questo non avviene.

Nessun commento per quanto esposto sopra. Un solo commento per la gatta che fugge, una mia impressione. Essa sembra percepire che in questo accoppiamento è perdente, e se essa è perdente ne scaturisce un rapporto morte/vita in cui prevale la morte.

Lasciamo i gatti alla natura! Ma noi?

 
 


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