Come siamo piccoli, troppo piccoli!
(o meglio: Come ci vorrebbero piccoli, sempre più piccoli!)

Rosalba Sgroia, Roma

IL DIAVOLO E L’ACQUASANTA NEL PALLONE
L’ingenuo rito propiziatorio di Trapattoni attira le critiche uguali e contrarie dei credenti e dei razionalisti. Nel calcio, come nella vita, domina «il flusso caotico e periglioso delle cose». Le influenze benigne o maligne, e la dolcezza della devozione popolare.

di Franca Zambonini

La boccetta ormai celebre come «l’acquasanta di Trapattoni» ha fatto la sua seconda apparizione ai Mondiali. Riassumo. Il Trap l’ha avuta da suor Romilde, la sua autorevole sorella maggiore. La prima volta ha versato l’acqua quando era inchiodato dal panico sulla panchina, contro la Croazia, pudicamente e con l’idea di non farsene accorgere. Ma le telecamere lo hanno beccato, mostrando al mondo il suo ingenuo piccolo rito. E così la seconda volta, partita Italia-Messico, ha ripetuto il gesto senza tanti nascondimenti.

Contro di lui si sono alzati due tipi di «bacchettoni», uguali e contrari. I razionalisti estremi lo hanno accusato di superstizione, i credenti rigorosi di scomodare la religione per propiziarsi un gol. Anche questo succede ai tempi del Mondiale, e vorrei ragionarci su. Certo, la fede è cosa ben diversa dalla credulità. Nostro Signore non parteggia per gli interessi più o meno meschini di ognuno di noi, ma sta dalla parte di tutti. E non confondiamo amuleti e scongiuri con qualcosa che «porta bene». L’acquasanta è sempre pro, le corna del diavolo sono sempre contro.

Come mi par di capire, il gioco del calcio subisce influssi di mistero, un piede che manca, un guardalinee che non guarda, un palo o una traversa che si mettono di mezzo. Forze oscure che Mircea Eliade, storico delle religioni, chiamava «il flusso caotico e periglioso delle cose, il loro apparire e il loro scomparire fortuito e privo di senso». Allora si ricorre all’arcano per proteggersi dall’arcano. Il giornalista Vittorio Zucconi ha fatto su Repubblica un paragone spericolato che ha del vero: «Non ci sono mai atei nelle trincee, nelle aule d’esame e nei campi da pallone».

Ho ritrovato, tra le pagine di un vecchio manuale scolastico, l’immaginetta di san Giuseppe da Copertino. Il Santo amava definirsi Fratel Asino, eppure passava a tutti gli esami. Perciò è il protettore degli esaminandi. Quel santino veniva da mia nonna, più fiduciosa della benevolenza celeste che del mio sapere. Da lei, che viveva nel profondo Veneto all’epoca ancora contadino, imparavo regolette antiche e reputate. In seguito avrei saputo quanto di pagano rimanesse in alcune pratiche ereditate dal cristianesimo. Ma c’era sempre la verità delle tradizioni, la dolcezza della devozione popolare.

Per san Isepo leva la man / che ’l te vardi del malan: per san Giuseppe si pregava a mani alzate per essere protetti dal malanno. Per san Lorenzo si traevano auspici dalle stelle cadenti, che nella fantasia erano le scintille sotto la graticola che martirizzò il Santo. E c’era la chiara d’uovo da mettere nella bottiglia per la festa dei santi Pietro e Paolo, e interpretarne poi gli intrecci cresciuti durante la notte… Di tante usanze, ne recupero ogni anno almeno una: il mazzetto di san Giovanni.

Già ebbi a suggerirlo anche a voi, cari lettori, ci ritorno perché siamo alla scadenza giusta. La vigilia del 24 giugno si colgono sette erbe odorose, io ho rosmarino, salvia, ruta, menta, timo, citronella, basilico, poi ognuno trovi le sue. Si legano con un nastrino e si conservano fino all’anno prossimo, per attirare le influenze benigne e ammansire quelle maligne.

Lo so che è irrazionale, però ci conto. Ha scritto il grande Miguel de Cervantes: «La ragione della non ragione che si mostra alla mia ragione, smagrisce la mia ragione».


25 giugno 2002. L’amuleto, il santino, l’acqua «benedetta», la «grattatina» e quant’altro per avere un appoggio, una stampella per sperare in un goal o per superare esami e prove di ogni genere.

Un esempio di come sia opportuno «scaricare» su qualcosa o su qualcuno le responsabilità della riuscita o meno di un’azione umana.

Per la giornalista di Famiglia Cristiana Franca Zambonini, come ha scritto in un suo recente articolo, «Il Diavolo e l’Acquasanta nel pallone», il gesto propiziatorio del Trap rappresenta «un piccolo e ingenuo rito» che l’allenatore ha compiuto in occasione dei mondiali quando giocava l’Italia. Secondo lei, il piccolo gesto è stato amplificato dai media e ingiustamente criticato da «…due tipi di bacchettoni, uguali e contrari». I primi sono i razionalisti estremi che lo hanno accusato di superstizione e i secondi sono i credenti rigorosi infastiditi per aver scomodato la religione e la fede — che è ben altro dalla superstizione! — per sperare in un goal (strano, il fenomeno-Padre Pio, tanto esaltato dal papa W., mi fa pensare che la fede, per molti, vada esattamente in quella direzione!).

Troppo baccano per nulla, suvvia! Che male c’è? E poi, attenzione, non bisogna confondere gli amuleti con l’acqua santa: l’uno è contro, l’altra è sempre pro!

Ed ecco che la nostra giornalista, che è fedele, non credulona, rassicura i lettori e mette in evidenza lo «scopo» benevolo dell’azione tanto criticata. E poi, sempre secondo lei, anche il gioco del calcio è sottoposto a «influssi di mistero, un piede che manca, un guardalinee che non guarda….ecc», «…e allora si ricorre all’arcano per proteggersi dall’arcano». In più, citando una frase scritta da Vittorio Zucconi, ricorda che gli atei (non sottolinea razionalisti!) non ci sono mai in occasioni di esami, in guerra e sui campi di calcio, alludendo all’inevitabilità, anche da parte degli atei, di affidarsi a qualcuno!

Tutte queste parole per giustificare un comportamento di una persona che non si assume le proprie responsabilità, adducendola a chicchessia, per avere la «coscienza» a posto.

Come siamo infantili, per questo! Rifletto…
L’esaminando che poggia la figuretta di P. Pio — o Santo Pio — sul banco (immagine volutamente ripresa, in questi giorni, dalle telecamere del Tg2) perché, molto probabilmente, non ha studiato abbastanza in vista dell’esame di Stato, il guidatore che prega S. «non mi ricordo chi», invece di mettersi le cinture di sicurezza e di andare più lentamente, l’allenatore di calcio che confida nell’acqua santa per non ammettere la propria inefficienza nello stabilire la giusta formazione della squadra… (a parte gli errori di un arbitro che, anche lui, in forza di un’influenza misteriosa, ha commesso!).

Ma per la nostra giornalista è opportuno mantenere questa sorta di «dolcezza della devozione popolare» che io definirei «stoltezza della creduloneria popolare». Sempre per lei, non c’è niente di strano in questi riti irrazionali…

Niente di strano, neanche quando, sempre in virtù di questo modo di pensare, si scaglia in malo modo la «colpa» delle proprie inadempienze all’acquasanta che non ha funzionato o a quel santo che ci ha abbandonato?

Come siamo piccoli, troppo piccoli!

 
 


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