Quello che non siamo

Francesco Saverio Paoletti, Roma

Qualcuno tempo fa mi chiese: «Come mai voi atei, che vi dichiarate “non credenti”, nonché (piuttosto spesso) anarchici individualisti, che criticate sempre apertamente i dogmi della Chiesa cattolica e delle altre religioni, di frequente vi comportate secondo dei principî di solidarietà che tanto ricordano la carità cristiana? … Che ateismo è quello che tenta di emulare una religione che in realtà vorrebbe rinnegare? … Cosa spinge un ateo ad avere principî morali se non un riconoscere implicitamente il ruolo della fede cristiana nella vita di tutti noi?».

La mia risposta fu la seguente:

«Mio caro, è prima di tutto dovere del sottoscritto puntualizzare che la solidarietà umana non è nata con il cristianesimo.

La prima religione monoteista non razziale che ha riconosciuto a tutti gli uomini pari dignità di fronte a un’unica divinità universale fu lo zoroastrismo persiano, dalla cui derivazione mitraica il cristianesimo ha preso praticamente il novanta per cento della sua identità (feste comprese) prima di cancellarla nell’Occidente conosciuto con tutti i mezzi che ha avuto a disposizione.

Il cristianesimo ha semplicemente fatto suoi dei principî che esistevano da secoli e li ha riadattati alle proprie personalissime esigenze.

A fronte di ciò, la tua domanda potrebbe essere semplicemente rivoltata nel seguente modo: che cristianesimo è quello che assimila le sue basi da una religione di cui ha voluto estinguere ogni vestigia?

Ma veniamo al punto: perché mai un ateo dovrebbe manifestare una solidarietà nei confronti dei proprî simili (molto spesso anche credenti)?

Essere “non credenti” non significa non avere dei principî morali, per la semplice ragione che questi ultimi non sono monopolio delle religioni.

Nei “non credenti” tali principî spesso tendono a essere analoghi a quelli dei credenti per la semplice ragione che siamo esseri umani, con le stesse esigenze, le stesse paure e le stesse emozioni.

L’unica differenza sostanziale è che per il non credente la solidarietà non è necessariamente fonte di bene - sebbene talora possa essere considerata come tale - ma principalmente un’esigenza per se stesso e per i proprî simili, giacché egli non ha una visione manichea della realtà: tra bene e male.

“La solidarietà per gli altri” per il non credente è — forse — il modo più sublime di vincere la recondita paura della vita e della morte che affligge ogni essere dotato di autocoscienza.

Dopo la morte, il non credente non si aspetta una vita eterna, un paradiso o un inferno: ma solo il nulla o l’ignoto (che spesso fanno ancor più paura dell’inferno).

Un credente ha sempre la propria fede che lo assiste: è convinto che anche di fronte alle circostanze più avverse, da qualche parte un’entità superiore lo assisterà.

Il non credente non ha nessun altro su cui fare affidamento all’infuori di se stesso e dei proprî simili e, forse anche per questo, spesso gli può capitare di tenere a essi più di quanto non possa fare il credente, sebbene tale attenzione per gli altri non gli venga imposta da alcun dogma e nonostante l’attenzione che può ricevere dagli altri a volte non si riveli sublime, perfetta e disinteressata come i credenti sono convinti possa essere quella che arrivi loro dall’entità divina a cui hanno scelto di far riferimento.

Il non credente sa che, nella totale indeterminazione della realtà, la sua solitudine e la sua “paura del vuoto” possono essere vinte solo attraverso gli altri, non perché qualche entità superiore può averlo abbandonato, ma per una ragione infinitamente peggiore: perché non c’è mai stato nessuno che avrebbe potuto abbandonarlo».

 
 


Circolo UAAR di RomaVia Ostiense 89, 00144 Roma — Tel. 06 575 7611 - 338 316 3509 — e-mail