Terapia del dolore: alle origini di un approccio sbagliato
Adele Orioli, Roma

Secondo la definizione odierna maggiormente utilizzata in campo medico, il dolore è «un’esperienza sensoriale sgradevole, correlata a un danno tissutale effettivo o potenziale, o descritta in termini di danno simile». Da ciò risulta facile capire come il dolore sia un’esperienza complessa, soggettiva (non esistono tuttora scale di valore oggettive atte a quantificarlo) e dinamica, in cui il profilo fisiologico si intreccia indissolubilmente con il profilo psicologico.
Dolore quindi come sintomo, come spia di qualcosa che non va, come prezzo da pagare per rendersi conto di stare subendo un danno; ma dolore anche, troppo spesso, che da fisiologico si trasforma in patologico, non più solo segnale di una malattia ma sua principale connotazione, in grado di modificare radicalmente la qualità della vita più di quanto non faccia l’affezione stessa.
La cosiddetta terapia del dolore viene dunque intesa quale approccio terapeutico al trattamento della pena, come cura e assistenza (cure and care) finalizzata tanto al controllo, normalmente farmacologico, della sofferenza fisica quanto ad un corretto supporto psico-sociale per il paziente e per i suoi famigliari.

Sia detto per inciso che la terapia del dolore non riguarda solo i malati terminali, specie quelli oncologici, per i quali qualche timido passo avanti è stato fatto attraverso l’istituzione dei centri per le cure palliative (2 nel 2000, 78 attualmente contro un fabbisogno stimato di 250), bensì tutti quegli individui passibili di sofferenza a vario titolo; dolore cronico (cefalee, herpes zoster e nevralgie posterpetiche, artrite reumatoide, osteoporosi, neuropatie…), dolore acuto, di durata quindi non superiore ai tre mesi (ad esempio a seguito di decorso post-operatorio) e anche dolore non necessariamente associato a una malattia. Tipico il caso del parto; se in Francia e in Gran Bretagna si ricorre all’anestesia epidurale nel 70% dei casi, nel nostro Paese non si arriva al 15% (però siamo i primi in Europa per l’utilizzo di tagli cesarei…).
La situazione in Italia, nonostante si calcoli che siano più di 15 milioni i cittadini sofferenti a vario titolo (dato divulgato dall’Associazione italiana per lo studio del dolore), è a dir poco disastrosa. Seri ritardi, svariati lacci e lacciuoli burocratici, ma soprattutto il persistere di obsolete mentalità mettono a repentaglio ogni giorno la possibilità per gli ammalati di ricorrere ad adeguate terapie di sostegno in grado di mantenere un accettabile tenore di vita.
Mancano protocolli e modelli di intervento delineati con chiarezza, ma soprattutto manca nel sistema sanitario la consapevolezza dell’importanza prioritaria del sollievo dal dolore.
Persiste infatti l’errata convinzione che il dolore sia comunque un evento connaturato e ineliminabile della malattia; per di più un’adeguata valutazione e cura del sintomo rende imprescindibile che al centro del sistema sia messo il paziente e non il medico. Medico che invece di semplicemente “curare”, dovrebbe avere l’adeguata preparazione e predisposizione mentale per “prendersi cura”, affinché siano rispettati due fondamentali diritti del malato: non soffrire di dolori inutili e mantenere il più possibile decoro e dignità nella malattia.

Tra le défaillance maggiori si riscontra la scarsa competenza farmacologica, di solito lasciata come residuale ai soli anestesisti, e un errato, superstizioso preconcetto nei confronti degli oppioidi.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, al contrario, utilizza come parametro nel valutare l’efficacia nazionale nel controllo del dolore proprio l’utilizzo della morfina, l’oppioide più noto sebbene non il solo. L’Italia, penultima in Europa, su scala mondiale è al pari di Etiopia e Ruanda. La legge 12/2001 ha tentato una semplificazione riguardante soprattutto le modalità di prescrizione, atta, almeno in parte, a incoraggiare l’utilizzo di quest’essenziale categoria farmacologica. Semplificazione in buona parte vanificata dalla legge Fini-Giovanardi sulle droghe (per un banale errore di giustificativo cartaceo si può andare incontro a multe fino ai 28.000 euro e a pene detentive da 8 a 20 anni) e che comunque è ben lontana dall’aver portato i risultati auspicati: da un’indagine del 2005 sui nosocomi italiani risultano affetti da dolore il 91% dei ricoverati, il 46% da dolore intenso; dolore in larga misura non solo non trattato, ma soprattutto non riconosciuto come tale, spesso nell’assurda convinzione che sia frutto di un’esagerazione del paziente. Se da Paese civile condanniamo l’utilizzo della tortura, per assurdo però non consideriamo tale il fare soffrire inutilmente un malato.
Dal 2000, attraverso un decreto del Ministero della Sanità, si è dato il via alla campagna (spesso solo pubblicitaria, di facciata e non concreta) per l’Ospedale senza dolore. Eppure la competenza è data alle singole Regioni, senza alcun vincolo né alcun aiuto economico da parte dello Stato. Nel Lazio, ad esempio, proprio il 28 marzo 2007 è stata fatta un’interpellanza al Presidente Marrazzo, data la totale assenza di una qualsivoglia iniziativa in tal senso, nonostante ampi stanziamenti di bilancio.
Questa carenza di attenzione non è certo dovuta a deficit di tipo scientifico o a un gap nella preparazione tecnica dei nostri medici in confronto a quelli di altri Paesi. Anzi, sono italiani i più autorevoli e stimati terapisti del dolore, che si vedono però spesso costretti a emigrare in Stati ove sia possibile esercitare con tutta la loro competenza.
La ragione è quindi forse da identificare nel prodotto di una cultura che fa del dolore un male necessario per la realizzazione dell’uomo stesso in quanto essere spirituale. Non tanto nella cultura cristiana, infatti, quanto in quella più propriamente cattolica, il male, il dolore, è concepito a un tempo come modo per manifestare la propria fede (si pensi a flagellanti, ai cilicî) e al tempo stesso come strumento di redenzione. Vale a dire, la visione di un dio che fa del dolore un momento di prova e che l’uomo assume come testimonianza della propria fede.

La Chiesa cattolica, pur confutando la visione manichea di due divinità distinte, una del bene e una del male, di fatto incentra nello stesso soggetto entrambi gli aspetti e sente quindi di conseguenza la necessità di giustificare il male come forma comunque presente nella unica divinità superiore.
Dolore quindi non come accidente proprio e amovibile della vita umana, ma come elemento necessitante della stessa realtà; ne sono espressione anche le figure dei penitenziali che con il dolore pensano di redimersi, o la concezione delle stimmate proposte come dono di dio e segno dell’attenzione di questi verso il soggetto particolarmente meritevole.
Benché nessuna alta carica ecclesiastica o nessun maître à penser dal Vaticano si sia mai esplicitamente pronunciato contro la terapia del dolore, è indubbio che la Chiesa cattolica abbia pesantemente influenzato la mentalità predominante anche e soprattutto in campo medico, attraverso la inaccettabile etica della sofferenza, così come è indubbio che abbia inibito l’applicazione di metodologie e farmacopee ben conosciute e altamente utilizzate in tanti altri Paesi.
Per assurdo, poi, senza voler considerare il peso economico di una siffatta concezione (con il dolore il malato guarisce, se guarisce, più lentamente e a spese del sistema sanitario), il miglioramento della qualità della vita dell’infermo comporterebbe senza alcun dubbio anche una drastica riduzione delle richieste per la “temutissima” applicazione dell’eutanasia.
Il problema quindi, non è solo e non tanto burocratico, quanto di predominante mentalità.
Sulla pelle di chi soffre.

 
 


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