Thoughts of a Dying Atheist
Francesco Paoletti, Roma

Navigando su YouTube tra i video che portano la parola “atheist” nel titolo, era assai improbabile non imbattersi in almeno uno dei filmati del brano dei Muse: Thoughts of a Dying Atheist (Pensieri di un ateo morente).
Sicuramente lo avevo già ascoltato a Radio Rock, dato che il motivo non mi era nuovo, ma rispetto alla mia adolescenza non ho certo più il tempo di tenere a mente nomi di band e di canzoni a meno che non mi colpiscano in modo particolare.
Il brano comunque non è male: belle sonorità e ritmica coinvolgente (un pezzo da trascinamento, anche se cupo), ma avendo scoperto in quel frangente che c’è un tema di base con evidente riferimento all’ateismo, non è mancata in me la curiosità di sapere come mai fosse sfuggito al curatore della nostra lista di canzoni a tema sul sito uaar.it, per cui, dopo aver preso nota del testo e della pagina web, l’ho spedito a chi di dovere.

Ma nel giro di un’ora mi arriva la risposta in cui mi si chiedeva se quel testo fosse stato scritto da atei o se per caso non si presentasse in termini un po’ ambigui.
L’ho letto con attenzione e devo dire che mi ha lasciato un po’ inquieto.
Le parole sono sicuramente toccanti, ma da un certo punto in poi arrivano decisamente all’iperbole, la voce struggente del cantante Bellamy non migliora certo la situazione.
L’ultima parte ricorda molto i versi dei “poeti maledetti” e ripete all’ossessione «Mi spaventa a morte … E la fine è tutto quello che posso vedere».
Mi metto quindi a cercare un po’ di notizie in più sulla band (che non ho mai seguito troppo) per scoprire che, anche se è sicuramente più allegra dei Dead Can Dance, ha prodotto brani la maggior parte dei quali non esplode certo di gioia di vivere (anzi oserei dire che la fanno quasi passare senza poi lasciare la libertà di “vivere”, nel caso specifico, la morte come una liberazione).
In questo frangente però ho poco da dissentire: da che avevo 16 anni ho sempre ricercato le sonorità più cupe e angoscianti e ho sempre rifuggito la Disco anni ’70 e il “poppetto” commerciale.

Mettiamoci poi che, in genere, chi fa musica per un certo pubblico giovanile mira a tirar fuori emozioni forti, anche se negative (così come ne ricercavo io tra i brani punk ed heavy metal), mentre ora faccio parte della fascia di età a cui le emozioni forti arrivano dal quotidiano e non vado certo cercarle troppo nella musica (inizio ad aver superato gli anta e anche i relativi limiti alla quantità giornaliera di adrenalina che posso tollerare senza compromettere la mia serenità).
Tra l’altro l’attuale pubblico giovanile a cui si rivolgono i Muse appare per alcuni versi ben più problematico di quanto non lo fosse stata la mia generazione quando avevamo quell’età e sarà forse anche per il fatto di essere stato anche io più problematico della stragrande maggioranza dei miei coetanei, che vedo la loro musica molto più vicina a me di quanto non possa accadere ad altri.
Gli stessi Muse ammettono l’ambiguità dei loro testi e qui la cosa si fa ancor più inquietante perché a volte fatico a comprendere dove vogliono andare a parare, dato che spaziano dalla tecnologia alla teologia.
Ma in questo caso nel testo letterale del brano si fatica addirittura a capire chi è che parla: se “l’ateo morente” o chi gli sta di fronte … ok: mescolanza di emozioni che serve a confondere il tutto in un unicum impressionista; inizia a delinearsi il fascino della ricerca del contatto e della fusione di sensazioni molto familiari a una certa lirica, ma anche molto poco familiare ad alcune espressioni dell’ateismo materialista estremo.

Qualcuno che non dev’essere un loro grande estimatore troppo zelante ha lasciato sul web anche un commento un po’ sarcastico in cui evidenzia quanto la band si distingua dalle due tipologie di tradizioni seduttive del rock individuate da Elvis Costello («Scopami, ho un attrezzo enorme!» e «Scopami, sono un tipo sensibile!»); secondo il blogger i Muse infatti avrebbero creato la terza via («Scopami, sta arrivando l’apocalisse!»).
La fine del mondo e la catarsi della realtà infatti sono temi fin troppo ricorrenti nelle loro liriche, ma a questo punto mi prendo la libertà di presumere che i ragazzi devono aver avuto un’infanzia più difficile della mia: io, con i miei trascorsi, sono diventato uno “sporco non credente” mentre loro mi fanno anche morire con un lamento nauseante quasi a voler farmi rimpiangere di essermi sbattezzato, come se l’essere iscritti all’Opus Dei avesse mai migliorato la situazione di qualcuno quando leva il disturbo da questo mondo, anziché peggiorare il ricordo che posso avere di lui.
Però ragazzi, capisco che bisogna vendere dischi … ma diamoci una calmata!

Non vuole esser, questo, un invito per Bellamy & compagni a dare un taglio al loro narcisismo: ogni artista che si rispetti deve averne un buon bagaglio, quello loro (tragico e problematico) va forte e produce tanti bei soldi e molto successo; non voglio nemmeno sollevare un polverone circa la visione che i Muse possono avere dei pensieri di un ateo (l’espressione artistica è e deve restare libera); non voglio neanche negare che il rapporto con la morte (così come quello con la nascita) possa essere traumatico e doloroso e che ognuno possa affrontarlo in modo diverso, ma piaccia o no l’universo un giorno o l’altro farà a meno di tutti noi ed è inutile piangerci troppo sopra con fare romantico-decadente (ve lo garantisce un agnostico ex-problematico che ha scoperto quant’è bella la vita alla tenera età di 37 anni!).

Tuttavia, guardando altri loro videoclip o leggendo testi di altri brani, la canzone inizia ad assumere una tinta decisamente diversa, e allora forse (così come quando si guarda un quadro più da lontano e considerando l’intera produzione dell’artista) si riesce a comprendere che quei «pensieri di un ateo morente» non avrebbero potuto avere colori diversi se dipinti dai Muse, ma si evince anche il limite fin troppo definito della loro “poetica” che ci presenta con monotona regolarità questa realtà sempre prossima a una catastrofe collettiva e/o individuale.
Se poi vogliamo anche prenderci la libertà di considerare che, nella pittura, dall’impressonismo si passò al simbolismo (dove la metà del lavoro finisce per farla chi osserva l’opera e non chi l’ha prodotta, fornendone una propria interpretazione) ecco che allora i Pensieri di un ateo morente assumono tutto un altro significato e diventano l’icona dietro cui si cela tutta l’angoscia dell’esistenza e della condizione umana; non è un caso infatti che lo stesso brano sia stato riadattato in rete sulle immagini di Donnie Darko, Heroes Fallout, Supernatural, Final Fantasy e altri ancora.
Ma se si entra in quest’ottica il brano può essere accettato come rappresentativo di qualsiasi cosa passi per la mente a chi lo ascolta (non dimentichiamo che la morte è considerata rappresentativa: dell’apoteosi della coscienza, della morte interiore, della trasformazione catartica, e chi più ne ha…), anche se continuerebbe a esser naturale il domandarsi cosa i Muse avrebbero tirato fuori se avessero dovuto dipingere gli ultimi pensieri di un cattolico o di un musulmano: il fatto di autoilluderci che ci attendano nuvolette dorate con angioletti oppure vergini pronte a soddisfare le nostre voglie in riva a torrenti di latte e miele, salvo poi scoprire che così non è, non mi metterebbe certo un umore migliore rispetto a quello che la rock-band inglese vorrebbe attribuirmi.
Passando sul piano escatologico e sempre sperando che (senza precipitare gli eventi) certi istanti arrivino quando sarà il momento, posso anche prendermi la libertà di immaginare quello che potrebbe passarmi per la testa quando toccherà a me, ma tutta questa paura mista a sofferenza sinceramente non la sento come parte della mia persona, soprattutto se sono consapevole che questa buffonata tragicomica che ci ostiniamo chiamare “esistenza” avrà una fine; perché quello che ci aspetta al “momento fatidico” non lo decidiamo noi scegliendo di essere credenti o meno: lo ha già deciso la natura al momento del big bang (molto prima che si formassero il Sole e il pianeta Terra)!
Diciamo che per descrivere con obiettività i pensieri di un ateo che muore occorrerebbero due condizioni fondamentali: essere atei ed essere passati per il momento in cui….
La prima non sarebbe troppo complicata da realizzarsi (soprattutto se si è dotati della capacità di guardare la realtà in altro modo), la seconda forse è anche più semplice, però poi genererebbe alcune difficoltà oggettive nel poter dare espressione a qualsiasi altra cosa.

Addirittura, non essendo ateo bensì agnostico, non mi pongo neppure il problema di sapere se veramente quella sarà la fine di tutto o se invece resteremo in un stato di semi-vita come ipotizza lo stesso Philip Dick nel suo celebre romanzo UBIK: semplicemente non mi interessa e non influisce nemmeno sugli ultimi istanti della mia presenza qui (forse mi preoccuperei un po’ se magari scoprissi di essere costretto dopo la morte a dividere il resto dell’eternità con un personaggio del calibro di Cesare Previti… ma da qui a disperarmi con quella voce agonizzante come Bellamy ce ne passa!).
Non posso comunque negare che Thoughts of a Dying Atheist sia un bel brano (dinamico, diretto e coinvolgente) almeno per chi, come me, annovera tra i propri gusti le sonorità dell’alternative rock.
Mi dispiace solo che, così com’è, mi appaia solo come una delle tante personali visioni tragiche e soggettive della realtà caratteristiche di quella band, visione che per caso ha un “ateo” come protagonista, ma non ha certo le carte in regola per diventare un manifesto musicale caratteristico degli atei (e forse non era neanche quella l’intenzione), a meno che un inconscio collettivo giovanile “poco attento” non lo abbia già eletto tale; ma, quand’anche fosse accaduto ciò, se non si è pronti ad accettarlo con tutta la vasta gamma di interpretazioni simboliche che ciascuno gli darà individualmente è difficile affrontare un brano come quello (che è già diventato un cult) senza finire per collocarlo tra le opere naïf del nostro tempo che fondano la loro essenza più su luoghi comuni che non sulla sostanza dei fatti (in genere chi pensa che gli atei siano così infelici e disperati di fronte alla morte sono proprio coloro che “atei” non sono).
Non vedo per quale ragione tutta questa disperazione e questo struggimento di stampo adolescenziale debbano essere caratteristici per forza della morte di un ateo (anzi…!), da che sono al mondo paradossalmente li ho sempre visti come caratteristici della paura della vita di buona parte del genere umano e indipendenti dalle convinzioni religiose di ciascuno.
Ma forse, proprio perchè nell’accezione comune l’ateo viene sostanzialmente ritenuto un essere privo di sentimenti umani, i Muse invece lo riportano (attraverso le loro iperboli angoscianti) in una dimensione decisamente umana (forse anche troppo), e di questo posso solo che esserne loro grato, perchè in qualità di “non credente militante” devo riconoscere loro che al livello mediatico hanno involontariamente saputo fare gli “interessi di categoria” (molto meglio di chiunque altro) con un messaggio semplice, diretto e anche abbastanza “violento” come piace a un certo pubblico giovanile.

 
 


Circolo UAAR di RomaVia Ostiense 89, 00144 Roma — Tel. 06 575 7611 - 338 316 3509 — e-mail