Lettera aperta a Ezio Mauro

Francesco Paoletti, Roma

Gentile Sig. Ezio Mauro

A seguito del suo editoriale Un’idea malata uscito oggi in prima pagina su Repubblica, sento il dovere di fare alcune considerazioni.

Lei ha sottolineato che sarebbe stata levata la parola al papa e che addirittura si sarebbe persa un’occasione di dialogo, arrivando addirittura a parlare di “censura” e di “corto-circuito culturale” di “rovesciamento dei ruoli” e di tutti quei bei termini tanto cari alla stampa quando si tratta di travisare la sostanza dei fatti.
Iniziamo con il chiarire una cosa: nessuno (e dico nessuno) ha mai chiesto che il papa stesse zitto il 17 gennaio (meno che mai l’associazione che rappresento, la quale vede moltiplicare i propri iscritti ogni qual volta il sig. Ratzinger o i suoi colleghi aprono bocca).
La protesta all’università di Roma è nata sul fatto che qualcuno avesse invitato il papa (e non sul fatto che il papa parlasse), e nessuno si è preoccupato di analizzare le cause del suddetto dissenso.

Qualcuno dimentica che (oltre ad aver giustificato il processo a Galileo) questo papa è il capo di uno stato che non ha mai riconosciuto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e non ha mai sottoscritto la CEDU.
In qualità di rappresentante mondiale del confessionalismo cattolico egli NON ha come riferimento i principî comuni condivisi dalla maggior parte del pianeta e sanciti dai suddetti documenti, ma ne ha altri che vengono dalle cosiddette “sacre scritture” e di conseguenza parla un proprio personalissimo linguaggio che solo occasionalmente può coincidere con quanto stabilito dal diritto civile.
Chi dimentica tutto questo fa finta di non notare che ogni qualvolta le gerarchie della Chiesa invocano la libertà di parola sancita dai diritti fondamentali lo fanno per negare quegli stessi diritti a chi non fa parte della CCAR o a chi non segue i suoi dettami.

Chi dimentica tutto questo fa anche finta di non notare quanto il confessionalismo invada prepotentemente tutti gli spazi pubblici imponendo i suoi sigilli su ogni aspetto della vita civile e marcando il territorio con crocifissi e visite pastorali (come se questi elementi fossero un atto dovuto per uno Stato laico che non ha più una religione ufficiale).
Quanto evidenziato non è per imporre il silenzio al papa (il quale, come abbiamo già detto, ha pieno diritto di esprimersi) ma per sottolineare che su questi presupposti non può esistere il dialogo che Lei ha invocato.

Laicità e confessionalismo sono due posizioni antitetiche e inconciliabili: se c’è l’uno, non può esserci l’altro.
Il confessionalismo ora in Italia è dominante e gli effetti sono ben evidenti nella stampa, nei media e anche in articoli come il Suo che alimentano il vittimismo vaticano che si manifesta ogni qual volta qualcuno ricorda che la libertà della Chiesa finisce dove inizia quella degli altri e che la libertà degli altri non può essere interpretata come negazione della libertà della Chiesa.

Fa specie che nessuno abbia avuto lo scrupolo di pensare che la mossa di rinunciare alla visita all’università potesse anche essere stata studiata apposta per generare una levata di scudi da parte della stampa italiana in difesa del confessionalismo dominante e isolare non solo gli studenti e i docenti della Sapienza, ma tutte quelle organizzazioni che sostengono tutti i giorni una battaglia nel nostro Paese contro la violazione dei diritti fondamentali e contro la violazione del principio di laicità dello Stato e delle sue istituzioni.

Questo lei lo aveva considerato?

Ringraziandola per la cortese attenzione, Le porgo distinti saluti.

Francesco Saverio Paoletti,
coordinatore del circolo UAAR di Roma
16 marzo 2008

 
 


Circolo UAAR di RomaVia Ostiense 89, 00144 Roma — Tel. 06 575 7611 - 338 316 3509 — e-mail