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«Manifesto Laico»
Roberto Sabatini, Roma
Coloro che si riconoscono nella laicità affermano con orgoglio una visione del mondo aperta, razionale e pluralista, garante dei valori e dei diritti umani, capace anche di mettersi in discussione, nell’interesse della verità, della giustizia, della democrazia.
Etichettati da uno storico pregiudizio che attribuisce alle posizione laiche, agnostiche ed atee una carenza di spiritualità, di moralità e di tensioni ideali, le persone che fanno proprie queste posizioni rigettano questa falsa stigmatizzazione costruita ad hoc per impedire, e non solo a loro, il libero pensiero e il libero esercizio delle facoltà umane.
Pur ritenendo che ognuno debba e possa essere lasciato libero di credere o meno in qualsiasi entità, la laicità non può esimersi dal denunciare la capillare, precoce e pertanto illegittima educazione religiosa che viene rigidamente impartita di generazione in generazione, condizionando le persone quando non sono ancora in grado di comprendere, scegliere e volere: il rito battesimale cattolico si compie addirittura per la volontà di interposta persona, carpendo la buona fede del neonato.
A fronte del tanto sbandierato primato delle religioni, non solo si deve prendere coscienza della relatività e della storicità del fenomeno religioso, ma c’è motivo di affermare che la maggioranza dei credenti sia tale proprio in forza di questo plagio, realizzato con suggestioni subdole e inquietanti, in un momento in cui l’individuo non possiede ancora gli strumenti, non solo per condurre un’analisi critica, ma anche solo per capire il senso e il significato dell’insegnamento e del sacramento che gli viene imposto, delle sanzioni che ne minacciano un eventuale rifiuto e di quelle che sono blandite come punizione per la violazione dei comandamenti unilateralmente determinati.
E’ perciò del tutto logico chiedersi: in assenza di un così pervasivo, puntuale e punitivo condizionamento, quante menti e quanti cuori continuerebbero a seguire il dettato delle fedi rivelate, quanti sceglierebbero il dubbio, quanti approderebbero all’agnosticismo e/o ad una visione atea, o comunque altra, del mondo e della vita ?
Di più: quante forme mentis condizionate dal dogma, dalla paura, dall’infantilismo psicologico che accompagnano gran parte della pedagogia religiosa tradizionale, si risveglierebbero alla razionalità, alla responsabilità e alla libertà ?
I liberi pensatori sostengono che un profondo e adulto risveglio etico, politico e spirituale sia inibito e distratto proprio dal reiterarsi della sudditanza mentale e morale ad un trascendente divino, dualisticamente separato dalla natura in generale e da quella umana in particolare a da quest’ultima irraggiungibile per definizione.
Le persone libere da ogni dogma rigettano ogni proselitismo e ogni violenza pedagogica e si affidano alle naturali capacità intellettuali dell’individuo che, nutrite da adeguate opportunità formative, mostreranno a ciascuno la verità e la via da percorrere.
Ma al contrario di quanto si afferma contro la laicità e l’estraneità al fenomeno religioso, queste posizioni sono intimamente pervase di profonda spiritualità e di valori che si esprimono nella sete di libertà e giustizia, di verità e bellezza, di uguaglianza e solidarietà: un umanesimo inestinguibile, che pone l’essere umano e l’universo in cui vive al centro di ogni sforzo e di ogni obiettivo, per un’esistenza che è fine a se stessa senza per questo essere meschina, materiale ed egocentrica.
Essi non credono nel soprannaturale non solo perché inventato su misura e indimostrabile ma, soprattutto, perché dannoso e inutile e perché amano ardentemente ciò che è naturale e lo trovano straordinario e infinito; rifiutano ciò che non è terreno perché è in esso che è racchiuso ogni possibile senso e ogni indecifrabile mistero; accettano la morte come termine ultimo e definitivo perché non tollerano le illusioni, non cercano conforto nei sogni e ritengono sia evento costitutivo, integrante e significativo della stessa vita: una vita i cui limiti sono, insomma, elementi fondanti del suo stesso senso.
Sconfessano perciò la boria e la superbia, talvolta anche in buona fede, dei credenti che ritengono di avere comunque “una cosa in più” rispetto a tutti gli altri: al contrario rivendicano che proprio il dubbio, la ricerca incessante, l’apertura e la problematicità dialettica, che caratterizzano la visione del mondo di chi non ha certezze dogmatiche, immutabili, sottratte a ogni e qualsiasi verifica, rendono davvero umani e genuinamente spirituali i loro valori e la loro esistenza.
Chiedono quindi di essere riconosciuti, considerati e rispettati come una componente sociale e culturale dotata di specifiche dignità, propositività, valore, prospettiva, senso e significato: sono stanchi di non apparire, di non contare, di essere ignorati da una storia che gronda un sangue che essi non hanno versato e che intendono contribuire a ridurre, bandendo la guerra, lo sfruttamento e la disuguaglianza, favorendo il dialogo, l’umanità, la solidarietà.
Intendendo primariamente perseguire questi ideali, si alleeranno con le forze sociali, culturali e politiche che li faranno propri e li sosterranno in una battaglia di autentica civiltà.
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