«Chiesa e vita»
Roberto Sabatini, Roma

Ci sentiamo letteralmente assediati dalla posizione che la Chiesa (e non solo la Chiesa) ossessivamente prende, a proposito della vita umana, grazie anche ai media che non perdono un’occasione per metterla altrettanto ossessivamente in primo piano: a onta di ogni possibile apparenza siamo di fronte a un falso valore, perché la vita definita come sacra e inviolabile dal pulpito ecclesiale è quanto di più antivitale e mortifero sia dato di avere oggi.
In primo luogo viene posta davanti a noi una vita ottusamente e meccanicamente definita, un riduttivo biologismo, il puro funzionamento vegetativo: la vita che la Chiesa difende è mera respirazione, vegetatività, coma della coscienza, omeostasi fisiologica. Paradossalmente, proprio coloro che si definiscono apostoli e apologeti della spiritualità e, comunque, nemici di ogni materialismo, finiscono per difendere gli aspetti più fisici e grezzi dell’esistenza.
Il recente, drammatico caso di Piero Welby è paradigmatico: persino di fronte alla sua lucida e accorata richiesta di porre fine a una tortura esistenziale, priva di luce e di futuro, le gerarchie vaticane, sedicenti interpreti dell’autentico messaggio divino, hanno rifiutato il loro assenso, completando poi la loro condanna con il rifiuto di accogliere la sua salma nella “loro” casa, in cui una moglie credente voleva far entrare il marito perché ricevesse i sacramenti in cui lei credeva! Un modello esemplare di umiltà e di amore per il prossimo!

È per questo che non si devono sprecare gli spermatozoi con la masturbazione, né gli ovuli con la contraccezione; è per questo che, una volta fecondato, l’ovulo deve trasformarsi in feto e in nuova vita, a prescindere dalla salute e dalle possibilità di felicità del nuovo nato: un sadismo crudele nei confronti del nascituro e dei suoi genitori si annida in questa filosofia tanatofila; non è un inno alla vita, ma la sua maledizione, la maledizione della sua versione terrena.
È per questo che in questo Paese ancora dominato da una visione medievale del mondo abbiamo quella legge sulla fecondazione assistita che penalizza fortemente le donne e rende probabili esiti disperati del loro sforzo di maternità: la profonda misoginia teologica e l’odio ecclesiastico per la felicità sessuale continuano a governare non solo i santuari religiosi, ma anche le aule del parlamento italiano, ricco di baciapile e di genuflessori, di personaggi che giurano fedeltà alla carta costituzionale, ma che seguono i dettami confessionali.

I movimenti che affermano di difendere la vita e che si ritrovano sotto vessilli religiosi, in particolar modo cattolici, considerano la vita come una mera occasione di sacrificio e infatti essa acquista valore nella misura in cui è dolorosa, negativa, umiliata, asservita: un autentico capolavoro di sottomissione, disponibile per chiunque possa e voglia approfittarne, una scuola impareggiabile di rinuncia e di alienazione che culmina con l’applauso per la sofferenza vissuta in quanto prova, divinamente assegnata, in vista dell’agognato premio finale!
Ma mentre un simile atteggiamento, privato dell’avallo religioso, avrebbe determinato un unanime sdegno, una netta condanna e, non da ultimo, la diagnosi di comportamento patogeno, sorretto e nutrito dalle weltanschauung religiose diventa un “valore”, assume la dignità di principio etico e si spaccia per un baluardo contro la barbarie dell’edonismo umano e del cieco-bestiale desiderio di piacere.
Inoltre, si badi bene, l’interpretazione della disperazione come “prova” da superare e dell’infelicità esistenziale come conditio sine qua non di questa vita, non è solo funzionale all’obbedienza religiosa in vista dei misteriosi e noiosi rapporti che la creatura intratterrebbe col creatore — fatti e fattori allucinanti, ma pur sempre concernenti l’interiorità di chi li accetta e li vuole suoi — ma anche e soprattutto a quella politica e socioculturale! Non è davvero un caso che, storicamente, le Chiese tutte e quella cattolica in sommo grado, abbiano intrattenuto rapporti di complicità e di scambio coi poteri forti di turno, quando non sono state parte integrante e addirittura dominante di tali poteri; mi riferisco a poteri che storicamente hanno avuto terribili precedenti: imperi, corti reali, signorie feudatarie nel passato e, più recentemente dittature, gerarchie militari e così via.

Il ritorno all’attacco della famosa “194”, l’unica legge che disciplini e tuteli in qualche modo le donne, nel loro difficile compito procreativo, in un mondo in cui continuano a conoscere e a sperimentare le più antiche e terribili forme di violenza, è, infine, la concretizzazione della volontà di riprendersi il controllo totale della dignità e della libertà femminile, di tornare ad essere padroni anche nella casa che naturalmente, intimamente e culturalmente appartiene ai potenziali genitori e, soprattutto, alle donne.
Ma questa legge tutela anche i bambini perché la sua applicazione ha, di fatto, ridotto l’aborto che è segnatamente inteso come extrema ratio e come strumento al servizio della qualità della vita e della genitorialità responsabile, ossia tutela la vita davvero degna di tale nome; è per questo che, per le gerarchie vaticane e la mentaltà cattolica tradizionale, dev’essere abrogata, ridimensionata, resa inefficace: una vita davvero umana costituisce infatti la più conclamata minaccia all’esistenza di una dottrina e di un’organizzazione che vedono nella sofferenza e nella morte, nella svalorizzazione di questa esistenza e di questo mondo la loro glorificazione e la loro stessa giustificazione.

Un’esistenza mutilata e infelice, sottomessa al potere, dolorosa, sfruttata e inibita, disseccata e priva di gioia, di corpo, di godimento, di pensiero, di bellezza, di armonia: ecco l’obiettivo che le gerarchie religiose cercano di inoculare nell’umanità da loro amministrata, con la complicità colpevole di una porzione rilevante della nostra classe politica e di un apparato multimediale prevalentemente strumentale a entrambi.

29 marzo 2008

 
 


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