Il gioco delle tre carte all’ONU

Francesco S. Paoletti, Roma

Non avrei voluto fare commenti circa il discorso che il capo di Stato vaticano ha tenuto all’ONU ma, come tutti sanno, «un bel tacer non fu mai scritto».

Credo che pochi nutrissero dubbi sul fatto che la presenza di B16 fosse finalizzata a portare anche in quel settore la voce del confessionalismo, però (dato il contesto) ci si sarebbe aspettata quanto meno una linea di coerenza più solida, anziché arrivare a riproporre anche nella suddetta sede il solito gioco delle tre carte che nel nostro Paese è già riuscito a condizionare la classe politica oltre ogni limite di accettabilità.
Due sono i punti più inquietanti dell’intervento papale (non che gli altri non lo siano, ma preferisco soprassedere) : il primo è costituito dalla questione ritrita e ricotta della “espressione pubblica delle religioni” che (per chi non lo ricordasse) è stata inserita anche nello statuto del PD.

Orbene: secondo il sig. Ratzinger le religioni avrebbero diritto a un’espressione pubblica, ma senza spiegare esattamente cosa egli intenda con tale terminologia.
Allo stato attuale, almeno nei Paesi democratici, nessuno ha mai negato l’espressione pubblica di una religione (fintanto che questa viene intesa come rispetto di quanto contenuto all’art. 18 della Dichiarazione Universale), ma se per espressione pubblica si intende “espressione istituzionale” (nel senso che la voce di un rappresentante religioso diventa legge per tutti) forse il buon Joseph dovrebbe rivedere le sue posizioni insieme a chi gli fa eco, perché attraverso tale interpretazione della cosiddetta “espressione pubblica” si pretende di fatto di istituire la teocrazia.

Personalmente, come non credente militante, mi sono sempre battuto per la libertà di espressione della concezione del mondo che rappresento, ma non ho mai preteso di imporla come verità istituzionale che tutti (anche i credenti) dovrebbero rispettare.
Posso aver chiesto il rispetto di una convenzione stabilita per legge o per costituzione (questo sì), ma non ho mai preteso di imporre agli altri le mie convizioni a-religiose (chiedere l’esposizione nei luoghi pubblici dell’emblema della Repubblica Italiana al posto del crocifisso non significa imporre l’ateismo o l’agnosticismo a tutti, come qualcuno vorrebbe far credere, ma solo rispettare la laicità dello stato).
Se tutti gli uomini nascono uguali, non si può pretendere libertà di parola invocando l’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e poi cercare (in virtù del proprio diritto canonico) di vedere imposte a tutti le proprie convinzioni religiose negando a chiunque il diritto di dissentire e ignorando così l’art. 30 dello stesso documento.

Se tutti gli uomini nascono uguali, non si può pretendere di fare le vittime accusando gli altri di violare la propria libertà di espressione, quando con quella libertà di espressione si negano di fatto le libertà agli altri.
Se tutti gli uomini nascono uguali, non si può chiedere per se stessi il rispetto di un diritto richiamato da un articolo e poi, una volta ottenuto, si negano agli altri i 29 rimanenti articoli sanciti dalla stessa convenzione che viene invocata.
Ed ecco che (quasi per induzione) arriviamo proprio al secondo punto invocato dal teocrate: il rispetto dei diritti umani.

Per chi non lo sapesse (o non lo ricordasse) il Vaticano è uno dei pochi Paesi al mondo a non aver mai ratificato la Dichiarazione Universale.
Ora però il suo capo di Stato si reca all’ONU a invocarne il rispetto.

Non basta, egli aggiunge che «Ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani…».
Cosa farà quando tornerà a casa ?
In qualità di capo di uno Stato in cui si verificano «violazioni gravi e continue dei diritti umani», inizierà a esercitare pressioni su se stesso?

Si metterà davanti a uno specchio in un monologo da scenografia shakesperiana tentando di convincere la sua metà oscura (che molti hanno ironicamente raffigurato nell’imperatore Palpatine) che in fondo anche gli altri hanno diritto a credere in quello che vogliono e che in fondo i governi di tutti i Paesi (dovendo governare su genti di ogni cultura e religione) dovrebbero varare leggi non ispirate a dottrine religiose (dottrine che chiunque è però libero di rispettare nel proprio privato) e che anche lui dovrebbe fare la stessa cosa in quei 40 ettari di cui è monarca, mentre l’oscura figura dall’altra parte lo incita a sterminare i nemici della fede come gli atei, gli omosessuali, gli abortisti o gli scienziati?
Parlando dal punto di vista umano, provo pietà per un personaggio del genere che è costretto ad arrivare a simili espedienti dialettici di bassa lega e ad arrampicarsi sugli specchi al fine di invocare il contrario di ciò che egli stesso propina, per non tentare neanche per un istante di rimettersi in discussione, prigioniero com’è del suo ruolo e di una dottrina a cui ha deciso di votare in modo acritico tutta la propria esistenza.

19 aprile 2008

 
 


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