La donna atea

Riflessioni a margine dell’incontro filosofico conviviale tutto al femminile su La donna atea, tenutosi nella sede UAAR a novembre 2011.

Cinzia Visciano, Roma

Vorrei partire da un dato di fatto, che per tutte noi qui presenti socie e simpatizzanti UAAR credo sia un dato acquisito.

E cioè.
Il posto della donna secondo le tre religioni monoteistiche è sempre dietro all’uomo. Le religioni monoteistiche hanno relegato le donne a esseri inferiori, le hanno ridotte al silenzio e le hanno marchiate con il segno del peccato.

Nella religione cattolica di cui tutte noi – chi più chi meno – abbiamo saggiato la teoria e, forse, anche la pratica, si fa esplicito riferimento alla donna in quanto madre, pensiamo alla costruzione della figura della madonna, una donna priva di caratteri sessuali, docile, ubbidiente, portatrice nel grembo (di cui naturalmente non può disporre in alcun modo) di una vita che viene generata dallo spirito e non dalla carne.
Viene da chiedersi chi sia, nella religione cattolica, la donna che non è madre e non è sposa. Chi è costei? Penso a figure quali la Maddalena, la prostituta. Ma anche a Eva, la quale viene creata per fare compagnia all’uomo. Eva è la donna curiosa, la tentatrice, colei che ha rapporti con il diavolo e che induce in tentazione l’uomo, è sua la colpa della cacciata dal paradiso.

In sintesi, la domanda dalla quale mi piacerebbe partire è: oggi hanno ancora un ancoraggio con la realtà la figura della santa da una parte e quella della peccatrice dall’altra? E chi è la santa e chi la peccatrice?
Tra questi due estremi mi chiedo dove si collochi la donna atea.

In altri termini, se è vero che la donna atea è colei che è libera da un destino esistenziale e da un ruolo assegnatole dalla religione (e non solo dalla religione) come può oggi la donna atea autodeterminarsi in relazione al mondo, alle altre donne e al sesso opposto?

La mia personale risposta sta nel titolo che ho voluto dare all’incontro: La donna atea, superamento dialettico della dicotomia santa / puttana.

Perché un incontro tra sole donne?

Ho ritenuto che in un primo momento fosse indispensabile confrontarsi solo tra donne per ricercare insieme un’identità comune. In molti gruppi che hanno subìto discriminazioni il momento della presa di coscienza è un momento di chiusura all’esterno, un momento di solidarietà tra i membri del gruppo. Penso ai movimenti di liberazione dei neri, per esempio.

Inoltre è mia opinione che spesso e volentieri nei confronti del tema gli uomini abbiano un duplice atteggiamento che non aiuta la discussione: da una parte possono irrigidirsi perché quando le donne denunciano le discriminazioni subìte gli uomini si sentono colpevolizzati anche se non è a loro direttamente che ci si sta riferendo e adottano quindi un atteggiamento difensivo che si traduce nel colpevolizzare le donne della loro condizione e delle cose che denunciano; d’altra parte gli uomini a volte tendono ad essere, diciamo, protettivi, a consigliare le donne, a dire loro come dovrebbero risolvere i problemi, come dovrebbero agire. Lo fanno in buona fede, mi si passi il termine, ma ritengo sia questo un modo di prevaricare l’autodeterminazione di una persona e di non riconoscerle autonomia.

Infine, ho notato che le donne, forse proprio per i motivi appena detti, tendono a parlare diversamente, a essere meno assertive, meno dirette, più inibite in presenza di uomini specialmente se si toccano argomenti quali ad esempio la sessualità.

 
 


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