Perché la ginestra è stata assunta come la pianta rappresentativa dei non credenti

Così come in molte parti del Mediterraneo, nella vegetazione intorno a Roma è assai frequente trovare le ginestre. Confuse con il resto della vegetazione durante l’inverno, la loro presenza si manifesta nei mesi primaverili ed estivi attraverso una colorazione gialla viva del paesaggio in grado di conferire un’atmosfera suggestiva tutta particolare. Per una strana ironia della sorte queste piante infatti tendono a essere notate proprio nella stagione della fioritura quando il loro colore caratteristico contrasta con la dominante verde della campagna circostante.

Un po’ di botanica

La ginestra si presenta come un arbusto fiorifero a foglie caduche. Raggiunge i 2-3 metri di altezza e ha portamento eretto, tondeggiante, con chioma molto ramificata; i fusti sono sottili, legnosi, molto flessibili, di colore verde scuro o marrone; le foglie sono piccole, lanceolate o lineari, di colore verde scuro, molto distanziate le une dalle altre, cadono all’inizio della fioritura. Produce numerosissimi fiori di colore giallo oro, delicatamente profumati, sui fusti spogli; ai fiori fanno seguito i frutti: lunghi baccelli pubescenti che contengono 10-15 semi appiattiti. La ginestra è caratterizzata da fusti rigidi e flessuosi, carichi di graziosi fiori gialli simili a quelli del pisello. Le ginestre appartengono alla famiglia delle papilionacee.

Esistono diverse varietà di ginestra tra le quali le principali sono:


Ginestra di Spagna (o odorosa), Spartium junceum


Ginestra dei carbonai, Cytisus scoparius


Ginestra spinosa, Genista germanica


Ginestra dell’Etna, Genista aetnensis

Per quanto riguarda i caratteri differenzianti, la ginestra di Spagna è molto simile a quella dei carbonai distinguendosi da questa solo per la quasi totale mancanza di foglie. Le differenze si accentuano se si considerano la ginestra dell’Etna, che cresce sino ad assumere un aspetto arboreo (il nome di quest’ultima è stato importato dall’omonimo vulcano siciliano intorno al 1906 per affiancare le varietà esistenti più lente a colonizzare i suoli lavici) e la ginestra spinosa, che si presenta sotto forma di un arbusto denso e, ovviamente, spinoso che fiorisce già nei mesi di febbraio e marzo. Curioso è inoltre il modo con cui le ginestre provvedono alla diffusione del proprio polline: i fiori (di un intenso color giallo) lo “sparano” letteralmente sugli insetti intenti a bottinarli. In termini più prosaici, la ginestra odorosa è una pianta pioniera, in grado cioè di colonizzare terreni scoperti e di favorire il successivo insediamento di altre specie: tale caratteristica è molto apprezzata da forestali e ingegneri naturalistici, che la usano per consolidare i pendii franosi e per rinverdire le cave dismesse.

In aggiunta a queste utilissime caratteristiche, la ginestra odorosa offre un’ottima opportunità per imparare a riconoscere i fiori a corolla papilionata (dal latino papilio = farfalla, cioè a forma di farfalla), che contraddistinguono questa specie insieme a molte altre tra le cosiddette leguminosae come trifogli, erba medica, piselli, fagioli, fave, lupini e altre ancora: le grandi dimensioni del fiore della ginestra permettono infatti di osservarne le varie parti a occhio nudo, con facilità.

Utilizzo nel giardinaggio, nella medicina e nelle tecniche ambientali

La ginestra viene solitamente coltivata in giardino; si può tenere anche in vaso, ma poi deve essere trapiantata. È molto comune nella nostra penisola, dove cresce come pianta selvatica. Grazie al suo apparato radicale molto sviluppato viene utilizzata per consolidare scarpate e bordi di strade. Predilige l’esposizione ai diretti raggi del sole, ma si adatta bene a qualsiasi condizione: infatti si può sviluppare in zone parzialmente ombreggiate. Resistente sia alle basse sia alle alte temperature, non teme il freddo e si ambienta senza problemi anche in zone con clima difficile, ai forti venti e all’aria salmastra delle coste. Necessita di essere posta a dimora in luogo con terreno molto profondo e ben drenato, anche povero e sassoso; in generale si adatta in qualsiasi terreno, purché completamente esente da ristagni idrici. Si accontenta delle piogge e può sopportare periodi di siccità anche molto lunghi. Nella coltivazione in vaso, occorre prediligere il concime ternario; durante l’irrigazione aggiungere concime idrosolubile. Si riproduce nel mese estivo d’agosto con il metodo della talea, oppure avviene per seme, in primavera. Il rinvaso è consigliabile in primavera ogni 1-2 anni. La potatura in genere viene effettuata in autunno accorciando i rami dopo la fioritura, se si vuole una chioma più folta in genere si consiglia sempre di accorciare i rami a fine fioritura, per mantenere l’arbusto di forma più densa e compatta; solo le piante in vaso necessitano di essere annaffiate regolarmente. Può essere colpita dagli afidi, da combattere con aficidi, ma in generale non viene colpita né da parassiti né da malattie.

La ginestra è utilizzata nei rimboschimenti di zone degradate o nude per le sue caratteristiche di portamento ed ecologiche. Dato l’apparato radicale molto sviluppato trova impiego nel consolidare dune, pendii e scarpate; in particolare è molto utilizzata nelle scarpate autostradali e ferroviarie. Inoltre trova impiego nei giardini per vari motivi: migliora il terreno in qualità di leguminosa contribuendo ad arricchirlo di azoto; inoltre è molto apprezzata come pianta ornamentale. È noto dagli impieghi in medicina che la ginestra di Spagna ha un alcaloide velenoso: la citisina. Per questo è importante non confonderla con la ginestra dei carbonai che invece contiene altri alcaloidi fra i quali la sparteina che viene utilizzata come sedativo per le palpitazioni cardiache. Trova impiego in fitoterapia (anche se non è iscritta nella farmacopea ufficiale). I suoi fiori esercitano anche un’azione diuretica. L’etimologia del nome scientifico rivela altre proprietà interessanti di questa pianta. L’epiteto generico Spartium deriva dal greco sparton (corda): i suoi fusti, flessuosi e giunchiformi (da cui l’epiteto specifico junceum), erano ampiamente usati per fabbricare corde, stuoie o altri tessuti. In diverse parti del mondo infatti dal fusto si ricava una fibra tessile per la produzione di corde e indumenti anche fini (qui è illustrata la lavorazione delle ginestre). Può dare degli interessanti prodotti che possono sostituire la canapa, il lino e la juta; dalla paglia residuata si può ottenere inoltre della cellulosa di buona qualità. Questo impiego è tuttora in uso presso San Paolo Albanese, inoltre le caratteristiche delle fibre sembrano promettenti per la costruzione di plance e pannelli per auto. Infatti, in base ai risultati preliminari della sperimentazione condotta da Fiat Auto, le fibre dei fusti sono ottimi sostituti della fibra di vetro, rispetto ai quali vantano due importanti pregi: sono riciclabili e non infiammabili. Inoltre, la fioritura vistosa e profumatissima attira le api che col suo nettare preparano un ottimo miele.

La figura tra storia e mitologia

Diffusissima nell’Agro Romano, alla ginestra nella simbologia è sempre stato associato il significato di modestia e umiltà, ma anche di luminosità, splendore, pulizia. Coltivata in abbondanza da Greci e Romani per attirare le api e ricavare così un ottimo miele, le ginestre in Spagna erano molto apprezzate per il loro profumo e la fibra delle loro radici veniva usata per produrre cordame per navi. Della ginestra odorosa in letteratura parlano Teofrasto e Plinio nell’età classica. Secondo Plinio, le ceneri della ginestra contenevano oro, infatti il colore splendente della sua fioritura ricorda il sole e anche l’oro. Enrico II d’Inghilterra fu nominato "il Plantageneto" ( = planta genista) in memoria dello stemma della sua famiglia: un ramo di ginestra.


I rami di ginestra nello stemma dei Plantageneti

L’ordine della ginestra fu fondato in Francia da re Luigi IX. Il nome scientifico della ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius) deriva dalla tradizione di produrre delle scope utilizzandone i rami; questa pianta venne anche chiamata infatti Ginestra da scope. Dal 1800 questa pianta fu apprezzata molto da chi non credeva alle utopie (in particolare alle utopie religiose o politiche). In Sicilia invece la ginestra è una pianta non gradita, in quanto si racconta che il rumore delle sue fronde agitate dal vento abbia disturbato Gesù Cristo mentre pregava nel giardino dei Getsemani attirando così i soldati. Il protagonista principale della cosmogonia cattolica la castigò quindi dicendole: «Tu farai sempre rumore quando brucerai!». Ma a parte questo piccolo sofisma di origine religiosa-popolare, la ragione per cui a questa pianta è stata associata ai non credenti è legata al noto canto di cui fu autore il poeta ateo Giacomo Leopardi, in cui la ginestra simboleggia chi contempla ironicamente le false certezze. Il canto che porta appunto il titolo, La ginestra rappresenta forse l’esempio più sublime della finitezza dell’umanità (trasfigurata nel carattere stesso della ginestra) di fronte all’indeterminazione della natura e dell’universo. Con questa rappresentazione viene sottolineata proprio l’amara ironia che avvolge la condizione umana, che vede l’uomo sottoposto a questo ambiguo e contraddittorio destino: in grado di esprimere pensieri senza confini (come la poesia) pur essendo egli stesso limitato nel tempo e nello spazio, e quindi eternamente infelice nella base più profonda del suo essere. La ginestra appare allora come il simbolo del Leopardi stesso, e il suo profumo come simbolo della sua poesia. Lo stesso Momigliano infatti osserva: «C’è tanta gentilezza, tanta dolcezza in quel fiore solitario, perché il Leopardi sentiva che anche la sua poesia era come il profumo della sventura umana, che anch’essa, come la ginestra, cresceva sull’arido suolo della vita e cercava con il suo profumo il cielo».

La ginestra o il fiore del deserto (Giacomo Leopardi)

… e gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.
Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra sé. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama sé né stima
Ricco d’or né gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma sé di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, “A goder son fatto”,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.
Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.
Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel profondo,
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.
Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Su l’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per vòti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.
E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Né sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

 
 


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